Investimenti
Le borse sfidano il conflitto in Medio Oriente
La guerra in Iran non lascia indifferenti i mercati azionari. Dopo un temporaneo crollo, tuttavia, le quotazioni si sono in larga misura riprese. Ancora una volta emerge chiaramente come la fedeltà alla propria strategia d’investimento si riveli vincente anche nelle fasi di maggiore incertezza.
Christoph Sax
Posizione Chief Investment Officer
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16 Aprile 2026
Nelle ultime sei settimane, l'andamento dei mercati azionari è stato paragonabile a un vero e proprio giro sulle montagne russe. Christoph Sax, Chief Investment Officer di VZ, analizza la situazione e spiega cosa devono aspettarsi gli investitori. Dopo aver raggiunto un nuovo massimo storico alla fine di febbraio, la Borsa svizzera ha subito un brusco arretramento in seguito allo scoppio della guerra in Iran.
Lo Swiss Performance Index (SPI) ha perso i guadagni accumulati dall'inizio dell’anno, arrivando temporaneamente a quotare quasi il 6 percento al di sotto del livello di inizio gennaio (cfr. grafico).
Tuttavia, le crescenti speranze di un miglioramento della situazione geopolitica hanno contribuito a compensare il calo dei corsi. Nel frattempo, sia lo SPI che l'MSCI World sono tornati in territorio positivo.
Negli Stati Uniti, martedì il Nasdaq 100 ha messo a segno un rialzo per il decimo giorno consecutivo: si tratta della serie positiva più lunga degli ultimi cinque anni. Inoltre, numerosi titoli hanno raggiunto nuovi massimi storici.
Questo sviluppo conferma ancora una volta l'importanza di mantenere i propri investimenti anche in fasi apparentemente difficili. Chi ha liquidato le proprie posizioni durante le turbolenze belliche di marzo ha con ogni probabilità perso il momento favorevole per rientrare sul mercato.
Nonostante l'andamento complessivamente positivo, non tutti i rischi sono però stati superati. Il prezzo del petrolio continua a oscillare intorno alla soglia dei 100 dollari al barile, poiché lo Stretto di Hormuz – snodo cruciale per il trasporto di greggio – rimane bloccato. Dopo l'Iran, anche gli Stati Uniti impediscono il passaggio delle navi, sebbene il blocco statunitense si applichi esclusivamente alle imbarcazioni dirette verso porti iraniani. Il traffico marittimo con gli altri Paesi del Golfo non ne è direttamente interessato.
Ciononostante, l'incertezza persistente induce molte compagnie di navigazione a trattenere le proprie navi, un fattore che difficilmente contribuirà a un calo dei prezzi del petrolio nel breve periodo. Al contrario, l'elevato livello dei prezzi energetici continua ad alimentare le pressioni inflazionistiche. Questo fenomeno è emerso di recente anche negli Stati Uniti, dove l'inflazione di marzo è salita dal 2,4 al 3,3 percento. L'aumento era tuttavia ampiamente atteso dagli analisti.
Di conseguenza, gli operatori di mercato non prevedono attualmente un rialzo dei tassi di riferimento da parte della Federal Reserve: i prezzi dei futures indicano un livello dei tassi invariato almeno fino alla fine dell'anno.
Altre notizie dal mondo dell'economia
Il FMI rivede leggermente al ribasso le previsioni di crescita
Secondo le stime del Fondo monetario internazionale (FMI), il conflitto in Medio Oriente sta rallentando la crescita economica globale, sebbene gli effetti finora osservati siano stati moderati. L'Europa – e in particolare la Germania – risulta colpita in misura superiore alla media, a causa della maggiore dipendenza energetica. Per il 2026, il FMI prevede una crescita globale del 3,1 percento, rispetto al 3,3 percento stimato nelle proiezioni di gennaio.
Si indebolisce la fiducia dei consumatori negli USA
Negli Stati Uniti, l'indice di fiducia dei consumatori ha registrato un marcato calo sotto l'effetto della guerra in Iran e del conseguente shock sui prezzi del petrolio. L'indice è sceso da 53,3 a 47,6 punti, raggiungendo il livello più basso dall'inizio delle rilevazioni. Gli economisti si aspettavano una flessione più contenuta, fino a 52 punti. Parallelamente, gli intervistati prevedono un aumento dell'inflazione di un punto percentuale nei prossimi dodici mesi, fino al 4,8 percento.
Domanda di credito in calo in Cina
Nel marzo 2026, l'erogazione di nuovi prestiti da parte delle banche cinesi è scesa al livello più basso dal 2021. Anche il finanziamento complessivo è risultato nettamente inferiore alle attese, segnalando una domanda di credito ancora debole da parte dei consumatori. Inoltre, nello stesso mese il surplus commerciale della Cina è diminuito a 51 miliardi di dollari, ben al di sotto delle aspettative di mercato. Per l'intero anno, gli economisti prevedono una crescita dell’economia cinese pari al 4,6 percento.
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